La resilienza di una pianta di melo 1



In questo mese di agosto si e’ verificato un caldo anomalo ed eccezionale, segnato da un lungo periodo senza precipitazioni. I raccolti di fine estate e inizio autunno sono gravemente compromessi per coloro che gestiscono impianti monocolturali come vigneti, oliveti e meleti, visto che in collina si opera in asciutta senza possibilità di irrigazioni d’emergenza. Solo questo aspetto dovrebbe far riflettere. E’ possibile gestire impianti in monocoltura senza irrigazione? Evidentemente ci si espone al rischio di perdere i raccolti oltre che l’intero impianto, qualora si verificassero gravi siccità come e’ accaduto in questo periodo.
Dire monocoltura equivale ad affermare un ossimoro perfetto, una contraddizione di termini. Dove la natura svolge normalmente il suo corso, riesce a creare una moltitudine di connessioni tra diversi elementi e diversi organismi, al fine di generare la famosa biodiversità che e’ direttamente proporzionale alla resilienza, intesa in questo caso come capacita’ di adattamento, di sopravvivenza, in altre parole, come la capacità di risposta ad un momento di difficoltà.
L’idea di creare sistemi monocolturali nasce dall’esigenza di facilitare i lavori di semina e raccolto, fino ad arrivare la meccanizzazione dei processi produttivi, dove la monocoltura è indispensabile. Nel corso dei millenni si sono via via diversificate le aree destinate a colture differenti tra loro, distanziando gli elementi che invece la natura mette tutti insieme. L’uomo ha alterato la natura selvatica di vasti territori, li ha addomesticati, dividendoli progressivamente e specializzandoli per tipo di coltura, per cui oggi abbiamo i pascoli, i seminativi, i boschi cedui, i vigneti, i frutteti, gli oliveti e via di seguito.
Quando si decide di porre fine a questo errore millenario, ci si proietta inevitabilmente in un altro paradigma che non può essere compreso solo a livello teorico e astratto, ma richiede un impegno fisico, oltre che intellettuale. Per tale motivo, la Permacultura può sembrare un argomento di difficile comprensione, invece si comincia a capire di cosa si tratta, proprio nel momento in cui ci si mette in gioco e con le proprie mani.
La Permacultura, come spesso si ripete, e’ un sistema di progettazione integrato, il cui fine e’ ricreare quella moltitudine di connessioni tipiche di un’ecosistema in salute, cercando quanto più possibile di porre fine all’idea monocolturale e monoculturale.
Dunque una pianta di melo rientra in una progettazione più complessa e diversificata, come ad esempio un food forest, che consiste nel simulare un ecosistema su piccola scala dove si associano il più alto numero possibile di piante utili all’uomo e agli animali domestici, così facendo il bosco ceduo, la fustaia, il vigneto, il frutteto, l’uliveto e tante altre monocolture, ora possono tornare a convivere tutte insieme.
Curiosamente, in tutti i terreni della Roverella sono rimasti gli alberi da frutta dei contadini di un tempo, queste piante preziose sono scampate al rischio estinzione proprio negli anni bui, dove le macchine pilotate da esseri inconsapevoli, abbattevano gli ultimi alberi rimasti all’interno dei campi. Ma gli esemplari sopravvissuti sono qui come testimoni di un tempo passato, come alcune piante di melo, pero, mandorlo, noce, gelso, fico, oltre a numerose querce di roverella e cerro. La mia attenzione e’ caduta in particolare su un melo abbandonato, che e’ stato avvolto dai rovi di more, prugnoli, piccole querce. L’insieme a formare un organismo a se stante, una piccola biocenosi in mezzo ad un’area destinata al seminativo, dove una volta, ai tempi dei contadini, c’era una distesa di vigne, con una moltitudine di altre piante da frutta a fargli compagnia.
La cosa che sorprende maggiormente è l’incredibile resistenza di questa antica pianta di melo, non vi è una foglia appassita o ingiallita, sembra che il caldo e la scarsità di piogge non hanno minimamente impensierito questa pianta. Tutto vive con rigogliosa forza. I frutti si preparano alla fase finale della maturazione. Qualcuno è già caduto a terra per la gioia dei passanti umani e non umani.
A poche centinaia di metri da questo straordinario groviglio di piante, sempre vicino ai terreni della Roverella, c’è un meleto gestito dal vicino, in cui vi è la presenza di piante ibride e moderne, ad alta resa, come la Fuji e piante antiche e autoctone come la famosa Limoncella del Molise. Qui lo spettacolo è drammatico, ma anche straordinario. Le Fuji sono in un evidente stato di sofferenza, le foglie sono quasi completamente ingiallite e si staccano dai rami. La pianta ad alta resa non poteva aspettarsi una carenza di piogge di questa portata, la capacità di resistenza ha ceduto di fronte ad una tale assenza di piogge, ed in effetti pare che bisogna risalire al 1800 per trovare un Agosto e Settembre con una tale siccità.
Invece la Limoncella ha lo stesso comportamento del melo selvatico che convive felicemente con altre piante, infatti anche qui le foglie sono verdi e rigogliose, con dei frutti piccoli e graziosi, rispetto alla Fuji, che invece ha dei frutti di dimensioni più grandi, ma non hanno la possibilità di chiudere il ciclo colturale con una buona maturazione.

 


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Un commento su “La resilienza di una pianta di melo

  • ElenaP

    Direi che la resilienza dei meli antichi si è dimostrata da sola, quando dopo un inverno brutale le lepri li hanno scortecciati quasi tutti. Ne abbiamo persi su 150 una decina. Spero che i nuovi getti traggano da questa pioggia, ci voleva eh se ci voleva!

    Ciao Valerio!

    Elena