Racconti da un inverno ordinario. 3


C’è chi afferma che la seconda metà di gennaio di solito è il momento più freddo dell’anno e devo proprio dire che mai come questa volta è così vero. Le temperature in questi giorni dunque, sono particolarmente rigide. Tira spesso il vento di bora che scivolando sulle colline piene di neve, si carica ancor più, di forza gelida. Di notte il cielo è sempre stellato, le ultime piogge e nevicate risalgono alla scorsa settimana, c’è una forte presenza di acqua nel territorio, in forma solida nei luoghi ombreggiati dove persiste ghiaccio e neve, in forma liquida lungo piccoli e grandi ruscelli che vanno a convergere al fiume Biferno e in fine, sotto forma di vapore quando grazie al calore del sole si sollevano delle nuvole di sottilissime particelle d’acqua che lentamente si spostano in orizzontale, mosse dal vento prima di dissolversi.  Le precipitazioni sono ancora al di sotto della media stagionale, tuttavia vi è comunque una vistosa presenza di bagnato ovunque si pone lo sguardo. Il cielo vistosamente sereno, al calar del sole, conferisce alla brina del mattino seguente, un bianco intenso e fitto che copre in ogni luogo. La terra nei campi, all’alba è ghiacciata a tal punto che può essere calpestata senza che sprofondino i piedi nel soffice manto erboso. Il semplice peso del nostro corpo non influisce minimamente contro il gelo eccezionale di questa mattina. Nonostante sia inzuppato dappertutto, questo congelamento del terreno dura per qualche ora e verso metà giornata l’acqua torna allo stato liquido, a quel punto meglio allontanarsi, in quanto è particolarmente dannoso camminarci sopra, specie nei campi coltivati. Questa opportunità di avere il terreno ghiacciato al mattino presto, l’ho voluta sfruttare in quanto mi permette di riprendere il lavoro di concimazione degli olivi e delle piante da frutto. I cumuli di letame di pecora abbondantemente maturo si trovano a pochi metri dagli alberi che ho intenzione di continuare a concimare e così questa mattina riprendo la carriola e vi farei vedere come sfila senza alcun problema sull’inerbimento perenne dei campi ghiacciati della Roverella.

Questo lavoro doveva essere concluso prima delle piogge importanti della stagione, ma una serie di imprevisti mi ha impedito di concludere l’ordinario ciclo di fertilizzazione. Specie gli ulivi, sono delle piante estremamente domestiche, amano le cure dell’uomo. Quello che sa comprenderle, naturalmente. L’olivo può essere molto produttivo, ma per conseguire ciò, hanno bisogno di potature e letame, lo sanno anche i sassi.

Gli ulivi della Roverella vengono concimati con letame ogni tre anni, poco apparentemente, ma ogni anno a primavera, mio padre ed io ci limitiamo a trinciare le numerose essenze spontanee che possono raggiungere anche oltre il metro e mezzo di altezza, già in aprile, cosicché il manto fertile viene protetto da una spessa pacciamatura, durante i successivi mesi di caldo intenso dell’estate. La terra naturalmente non viene toccata in alcun modo, tra gli ulivi è possibile praticare senza alcuna esitazione, il cosiddetto no tillage.

Intanto verso metà mattinata, lungo i campi della bioregione del Biferno, si affaccia timidamente il sole, ma irradia quel poco che basta per sciogliere il ghiaccio sui campi, e così mi accorgo che non posso più continuare a scorrazzare con la carriola piena di prezioso letame, perché il terreno comincia leggermente a sprofondare. Così mi riprendo le mie cose e mi avvicino alla piccola casetta di campagna dei miei nonni materni, dove continuo a svolgere qualche lavoretto qua è la. Questa piccola masseria, come si dice da queste parti, con il suo fazzoletto di terra accanto, una volta, qualche decennio fa, proprio dove io ora calpesto l’erba, i miei nonni producevano quasi tutto quello di cui avevano bisogno. Grazie al fatto che conservavano l’antica memoria e le attitudini della lunga tradizione contadina di questi luoghi.

Mi raccontavano spesso dell’orgoglio di chi viveva semplicemente dei frutti della terra, quando chiaramente le annate erano normali e non si pativa alcun tipo di penuria, tantomeno di altri problemi, anche questo lo dicevano sempre. Insomma, se tutto andava come doveva, una famiglia di contadini in realtà aveva bisogno solo del sale e dei fiammiferi, diceva allegramente il nonno, per tutto il resto potevano far da se, ma ad ogni modo, essi volevano emanciparsi da quella condizione umana. La generazione dei miei nonni ha deciso, praticamente in modo coatto, che i loro figli dovevano fare altro. Sarebbe solo una decisione ingenua se non fosse anche drammatica, allo stesso tempo, in quanto questo fenomeno di abbandono delle proprie radici ha di fatto innescato un processo di estinzione della la civiltà contadina di buona parte del mondo occidentale. Chi oggi decide di tornare alla terra è un riabitante dei luoghi che un tempo furono….

Questa masseria nel bel mezzo di poco meno di un ettaro, permetteva alla mia famiglia di procurarsi le verdure, i legumi, la frutta, l’olio, le uova, la carne, il vino, la legna e tanti altri beni preziosi. Oggi è molto meno produttiva di quel tempo andato e la campagna è viva solo grazie alla dedizione di chi ha deciso di andare in una direzione ostinata e contraria, rispetto al costume imperante del nostro tempo. Continuare a vivere in campagna è sicuramente una scelta non facile, tuttavia è necessario preservare il cordone ombelicale che lega la vecchia civiltà contadina ad un futuro in salute per la nostra specie. Salute che passa inevitabilmente per un cibo di qualità, l’unico reale e autentico che il mondo industriale non ha mai saputo dare.

L’inverno è ancora lungo, le giornate senza pioggia mi permettono di svolgere i pochi lavori di questo periodo, in fondo è il momento opportuno in cui bisogna riposarsi, rilassarsi, riflettere, oltre naturalmente a praticare tutta una serie di lavori che possono essere svolti senza alcun problema, standosene semplicemente al caldo nella propria dimora. Così si trascorrono dunque diverse ore a sognare ma anche a leggere, studiare, progettare, scrivere, chiacchierare davanti al fuoco di un camino, trasformare le materie prime alimentari in decine di prodotti, dal pane al kefir, ma anche biscotti, pizze, pasta. Si sperimentano nuovi piatti della cucina naturale, si studiano e si migliorano le molteplici strategie culinarie che permettono di avere piatti sicuramente salubri, tendenzialmente leggeri e molto, molto gustosi.

 


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3 commenti su “Racconti da un inverno ordinario.

  • Vittorio

    molto significativo,costringe a pensare alla nostra vera identità di persone profondamente legate alla terra intesa non soltanto come ubicazione geografica ma come fonte della nostra stessa sussistenza.Un picolo capolavoro di autentiche informazioni agricole!

  • giovanna

    Valerio, sei eccezionale…
    nonostante la pigrizioa fisica e mentale, mi hai fatto venire voglia di mettermi a potare, zappare, raccogliere le uova, fare il minestrone ed il pane.
    ….mi piacerebbe trovare, come te, la strada per essere me stessa e per andare in direzione ostinata e contraria a questo schifo di mondo degli umani!!

  • Filomena MARANO-D'ALOIA

    Che incontro incredibile Valerio! E’ bello veramente leggere il tuo riassunto di questa stagione, si sente la tua passione per salvaguardare il poco di buono rimasto nel coltivare la campagna come si faceva 50 anni fà.
    E a dire che mio padre emigrò in Australia proprio perchè possedeva pochi terreni e non riusciva a mettere da parte un soldo … ora 99% della campagna Santangiolese da quando abbandonata, è diventata pascolo per le mucche di Macchiagodena e Frosolone! le masserie poi, quasi tutte derupate … una tristezza.